“Il sole dell’avvenire”: arrivano i nostri

«Oggi, anziano e malaticcio, ripeto la stessa frase: la classe operaia deve dirigere tutto.»
(Valerio Evangelisti)

Il nuovo romanzo del famoso scrittore comunista Valerio Evangelisti deve il titolo a una celebre definizione del socialismo data da Giuseppe Garibaldi: “Il sole dell’avvenire”. Non si tratta di un vezzo: l’aspirazione a una società socialista è effettivamente l’argomento del libro. Neppure Garibaldi è lì per caso: perché è proprio nelle ali insurrezionali del Risorgimento italiano che “nidifica” inizialmente questa aspirazione, tra mille contraddizioni politiche ben rappresentate dalla figura del generale Garibaldi, eroe al tempo stesso dell’unificazione dell’Italia sotto la corona dei Savoia e della Comune proletaria di Parigi.

“Il sole dell’avvenire” racconta gli esordi del movimento anarchico e socialista in Italia dal 1875 fino all’anno della rivolta del pane, il 1898, non però mettendo in scena la vita dei grandi leader, ma attraverso le storie intrecciate di un uomo, una donna e un ragazzo nella Romagna mezza contadina e mezza bracciantile di quegli anni. Di queste persone è narrata la vita quotidiana con l’acume sociologico e la meticolosa cura storica a cui Evangelisti ci ha abituato in tutte le sue opere; nel raccontarne l’esistenza turbolenta e quasi sempre miserabile l’autore riesce a commuovere senza retorica, perché anche sottoposti alle pressioni atroci della povertà queste vite immaginarie ma verosimili ci vengono rappresentate come una successione di scelte difficili e profonde, tra cui quella che appare come sottotitolo in copertina: “vivere lavorando”, per garantire la sopravvivenza a sé stessi e ai familiari, “o morire combattendo” colpiti dalla repressione politica e antisindacale che imperversava in quegli anni.

Il lavoro della “plebe” e in particolare quello dei braccianti romagnoli, impegnati in quegli anni in un colossale sforzo di bonifica rurale sia nella regione romagnola sia in Lazio, in Sardegna e addirittura in Grecia, talvolta anche attraverso le prime associazioni cooperative, è alla base della trasformazione del Paese da poco unificato in una moderna economia capitalistica, sebbene ancora largamente agricola. Chi leggerà questo libro potrà riconsiderare l’idea per cui fabbriche e classe operaia siano cose “ottocentesche” che ci siamo lasciati alle spalle: nell’Ottocento vero del romanzo compaiono pochissime fabbriche e solo qualche operaia dell’industria leggera. Lo stesso moderno proletariato industriale è infatti il frutto dei sacrifici delle masse impoverite che lo hanno preceduto e che, concentrando col proprio sudore il capitale in mano altrui, hanno permesso la formazione della società odierna fatta di fabbriche, uffici e supermercati.

La descrizione di questa transizione, e cioè della distruzione delle famiglie allargate dei mezzadri e dei piccoli contadini, costrette a diventare famiglie ristrette di proletari, e al tempo stesso la trasformazione di masse sempre più vaste di artigiani indipendenti in salariati, è un altro punto di forza del libro. Le reciproche differenze e diffidenze tra gli appartenenti ai vari ceti popolari sembrano voler esorcizzare l’incubo che incombe su tutti loro, e cioè quello del “bracciantato”, la base della piramide sociale in cui tutti sembrano destinati a finire nonostante i loro sforzi per difendersi dalla rovina. Chi ha già sviluppato un abbozzo di coscienza di classe proletaria vira verso le idee sovversive di sinistra, mentre mezzadri e contadini condividono coi più “illuminati” dei loro sfruttatori l’ideologia repubblicana e una feroce ostilità al socialismo. I braccianti di allora sono ultraprecari (e quelli di oggi, pure), cambiano molti lavori nel corso dell’anno, quando l’andamento dell’economia o la sfortuna non li lasciano direttamente disoccupati a chiedere, in assembramenti vocianti sotto la sede di questo o quel municipio, l’assegnazione di qualche lavoro pubblico: da qui tutta l’importanza che nel libro riveste la questione della partecipazione alle elezioni amministrative, su cui varie correnti di sinistra elaborano posizioni anche drasticamente contrapposte.

Ed è in questo contesto che quasi a ogni pagina nel libro si accendono dispute politiche tra i vari personaggi, che riguardano tutti i temi affrontati dalle prime organizzazioni di sinistra, molte delle quali sono oggi praticamente sconosciute anche ai militanti comunisti: il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, il Partito Operaio, le varie organizzazioni internazionaliste, anarchiche, cooperative, fino al Partito Socialista fondato nel 1892, data che molti confondono con l’inizio della storia del movimento operaio in Italia. Si discute del rapporto da tenere con le organizzazioni repubblicane e democratiche non socialiste, si contrappongono la tattica delle avventure insurrezionali con quella della lenta costruzione di organizzazioni di massa, ci si domanda a quali condizioni partecipare alle elezioni, ci si organizza contro le frequenti cacce alle streghe che lo Stato, anche quando guidato da ex eroi risorgimentali “democratici” come Benedetto Cairoli, scatena contro chi metta in discussione l’ordine costituito e la proprietà privata. In queste discussioni si nominano e talvolta intervengono in prima persona i grandi teorici e dirigenti politici dell’epoca, ma i protagonisti sono i lavoratori comuni che parlano attorno a una bottiglia di vino o in un litigio tra fidanzati, che intendono le grandi questioni dalla visuale a volte ristretta e a volte illuminante della propria esperienza individuale. Le vicende personali e sociali si mescolano e determinano percorsi politici, spesso pionieristici in assenza di grande organizzazioni di massa; su un giornale come il nostro, che nel XXI secolo ha mantenuto la tradizione della diffusione militante, non possiamo non fare un cenno all’apologia quasi epica che viene fatta dei primi diffusori di riviste rivoluzionarie, che in condizioni difficilissime gettavano i primi semi di coscienza di classe battendo le città e le campagne con articoli, racconti e poesie di propaganda.

Alla fine, sul coraggioso ribellismo anarchico o dei primi socialisti internazionalisti, ancora caratteristico di una composizione sociale preindustriale e influenzato dalle idee di Bakunin, ancora mezzo impastato di retorica risorgimentale ma perlomeno inequivocabilmente rivoluzionario nelle intenzioni, si imporrà quello che Turati spacciava per marxismo. Correttamente, nel libro quel presunto socialismo scientifico è descritto come “il socialismo freddo dei milanesi”, che spostava le ambizioni rivoluzionarie a un futuro lontano, impostando la questione in termini gradualistici (“evoluzionismo”) e molto elettorali. Ribellismo e gradualismo sono i due poli opposti ma ugualmente inconcludenti di una polemica su cui la sinistra di classe faticherà ancora a lungo: lo fa tuttora. Il marxismo autentico è “caldo” ma Turati non è l’unico che cercherà di contrabbandarne una versione surgelata.

Questo libro è stato annunciato come l’inizio di una nuova saga che percorrerà la storia della lotta di classe in Italia. Converrà leggersela tutta, per poter con più consapevolezza scrivere nella realtà concreta i nuovi capitoli di quella stessa storia.

(Pubblicato in versione più breve su FalceMartello)

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