Se Giuliano Ferrara parla in un bosco e nessuno lo sente, ha torto lo stesso?

Questo è un dibattito filosofico. Commentate.

La domanda (e la discussione)

La domanda (e la discussione su twitter che la domanda compendia) la interpreto così: Quali sono le condizioni epistemologiche che ci permettono di distinguere il falso dal vero, il giusto dallo sbagliato?
Il pantone delle possibili teorie epistemologiche consiste in molteplici sfumature contenute tra gli estremi del realismo ingenuo da una parte e di quello che andava di moda chiamare idealismo soggettivo e che coincide (al di là delle differenti formulazioni) con l'empiriocriticismo notoriamente avversato da Lenin.
Cominciamo con il dire che una teoria, per me, si valuta sul piano dell'utilità. In generale, meglio, ogni teoria si valuta in base al suo poter fondare un'euristica, o poter costituire un punto di partenza per teorie differenti possibilmente in altri campi della conoscenza, o, ancora, sulla sua utilità a livello di prassi (con una certa enfasi, per me, sulla connotazione politica della prassi).
Il realismo ingenuo, da questo punto di vista, è apparentemente la teoria migliore. C'è il mondo con i suoi innumerevoli stimoli, ci sono io che sono fatto così e così, gli stimoli mi incontrano, io capisco com'è fatto il mondo.
Ma se non sento Ferrara nel bosco come faccio a dire che ha torto? Il realista, già un po' meno ingenuo, mi guarda stupito e mi dice: Ma sciocco, Ferrara è nel bosco e sta parlando. Se tu fossi lì lo sentiresti e capiresti che ha torto, perché quello che dice non corrisponde al modo in cui stanno le cose. Ok, dico io, non ho problemi ad ammettere che se fossi lì saprei cosa sta dicendo Ferrara; ma come faccio a sapere che non corrisponde a com'è fatto il mondo? Lui dirà la stessa cosa di me, dopo tutto. Certo, fa il realista, ma il mondo non può essere sia come dici tu sia come dice Ferrara: solo uno ha ragione. Già, faccio io, ma mettiamo che ha ragione Ferrara? Magari il mondo è come dice lui, e io ho dei problemi: ehi, non è che finisce che se hanno ragione i realisti tutti quelli che non la pensano come Ferrara sono pazzi o stupidi? O magari tutti quelli che non la pensano come me.
Mi sembra una conclusione un po' eccessiva, e di scarsa utilità (per non dir peggio), per cui provo a spostarmi sull'altro fronte. Le cose non vanno tanto meglio. A parte l'evidente rischio di solipsismo, qui c'è un infinito proliferare di verità scoordinate e non comparabili: tutto è vero, perché tutto fa riferimento a un accesso individuale alla realtà, che nessuno può contestare.
Contrariamente a quanto possa sembrare, dunque, il realismo assoluto costringe a porre al centro dell'epistemologia il soggetto di conoscenza: se non vogliamo infatti mandare tutti al manicomio, siamo costretti a porre la verità e il mondo al di là del muro e dichiararci tutti ciechi e sordi rispetto ad essi. Possiamo provare a divinare la realtà, con strumenti che risultano più o meno utili per la vita in comune (la scienza, l'illuminazione...). Ma tenersi la realtà al di là del muro è pericoloso. Un domani potrebbe arrivare un tizio abbastanza ferrato nell'arte retorica che ci rivelerà di come è riuscito, lui solo, a sfondare il muro. E saranno manicomi, roghi, rieducazioni. O magari solo un paio di lustri di misure di austerità.
D'altra parte, l'idealismo soggettivo è, in realtà, il regno dell'oggettività assoluta: tutto è vero, tutto esiste. Il soggetto è completamente vuoto, inerte: il suo contributo al processo conoscitivo è nullo. Per questo Kant parlava di idealismo empirico, e per questo teorie del genere vanno anche sotto il nome di empiriocriticismo.
Facile capire, anche, perché questa seconda teoria rende servizi persino peggiori della prima ai rivoluzionari: e infatti Lenin l'aveva come il fumo negli occhi.
Se da una parte abbiamo il regno dei soggetti inattivi, e dall'altra (salvo colpi di stato) la repubblica delle idee tutte uguali (e non possiamo dire che Ferrara ha torto in nessuno dei due stati) cosa c'è nel mezzo? E come ci si arriva?
Proviamo a inserire una caratteristica del soggetto di conoscenza che finora non abbiamo sfruttato: i soggetti sono, sempre, anche agenti. Essi non sono tabulae rasae su cui gli stimoli del mondo scrivono ciò che vogliono: i soggetti vanno in cerca di stimoli, li selezionano, permettono a certi stimoli di incidere più a fondo. Utilizzano, si servono degli stimoli e del mondo. C'è tutto un lavoro di organizzazione attiva degli stimoli in aggregati (in oggetti, che noi sappiamo essere fuori di noi) che precedono persino la nostra consapevolezza degli stimoli stessi. Io non vedo sprazzi di colore: io vedo lettere sullo schermo di un computer o, alternativamente, su una tastiera. Qui non c'è una macchia di blu: c'è una bottiglia d'acqua. Il lavoro che la mia mente sta facendo è stato descritto come una ricerca di "affordances", di azioni che il mondo mi permette di fare. Non solo so che c'è una bottiglia d'acqua, ma so anche cosa farci. E so che c'è una bottiglia d'acqua perché la mia mente sa già cosa farci. Le due informazioni arrivano insieme.
Ma se questo è vero, e se è vero che il mio accesso al mondo dipende da quello che io posso fare nel mondo e con il mondo, la completa uniformità dei soggetti è già rotta. Io afferro, stappo e bevo; tu afferri e scagli. Stessi stimoli, diverse percezioni.
Diversi mondi, anche? Se a questo punto dicessi di no, dovrei tenermi il mostro dietro al muro, con i pericoli che ne conseguono. Quindi prendo un bel respiro e dico sì, diversi mondi. O meglio, mi viene da correggermi all'ultimo momento. Posto che quello dietro al muro è proprio il mondo, ha davvero senso moltiplicare i muri e i mondi?
Allora diciamo sì ai diversi mondi, ma con una precisazione: che non stiamo parlando di un mondo separato dal soggetto, dalla scatola che ognuno si porta dietro, chiusa ermeticamente, all'interno della quale c'è il proprio mondo (inutile costruire tutti quei muri, rimpiccioliamo un po'). Il mio mondo, allora, sono io: io, con tutto ciò che mi fa trovare negli stimoli ciò che ci posso fare.
Già, gli stimoli. Ma allora gli stimoli da dove vengono? Cosa sono? Ha ancora senso parlarne come se precedessero la mia azione nel mondo e la indirizzassero? O non è meglio, arrivati a questo punto, dire che gli stimoli sono posteriori logicamente? Che io ne inferisco l'esistenza e l'azione in base a una teoria causale che mi sono portato da casa? E che quindi prima vengo io, con le mie azioni, non dimentichiamocelo, e le mie teorie più o meno consapevoli eccetera?
Siamo tornati al solipsismo? Tutta questa strada per dire che siamo soli, e che al massimo possiamo aspirare a interagire da soli? Non esattamente, perché se è vero che il mondo è quello che ci posso fare, e se è vero che io inferisco l'esistenza degli stimoli perché li percepisco (e perché dunque so di poterli percepire), è anche vero che, a questo punto, gli stimoli esistono. Una prova cartesiana con un cogito agentivo? Direi più una fondazione idealista, sì, ma da sinistra hegeliana - con un forte accento sulla prassi.
E Ferrara? Posto che con la nuova teoria ho ancora il mondo, e quindi anche se Ferrara parla da solo ha senso dire che Ferrara parla (cosa che non potevamo dire con l'empiriocriticismo), abbiamo però un vantaggio rispetto al realismo ingenuo. Non siamo, infatti, costretti a tenerci il relativismo di facciata per paura del mostro dietro il muro. Possiamo essere, invece, realmente e autenticamente relativisti. Per definizione, infatti, quello che posso dire di vero del mondo dipende da quello che io posso fare nel mondo (e anche altre modalità: voglio fare, devo fare, so fare, ecc.).
E siccome io e Ferrara sappiamo, vogliamo e possiamo fare cose diverse, lui ha torto. Oh, so bene che lui penserà che sono io ad avere torto, ma a questo punto non siamo più di fronte a un muro. Il nostro disaccordo si fonda infatti su quello che sappiamo, vogliamo e possiamo fare. Ed è su questo che possiamo giudicare, su un terreno che non è più di là dal muro ma è qui tra noi: quello della nostra prassi, e della nostra prassi politica per di più.
A patto di avere un metodo di valutazione delle differenti e divergenti prassi politiche, Ferrara ha torto. Ma noi questo metodo lo abbiamo: le prassi politiche si giudicano in base all'efficacia rispetto all'obiettivo dichiarato. Per di più, l'obiettivo dichiarato di ogni politica è unico: diamogli un nome vago (Bene) e stiamo pur pronti a dover spiegare perché il tale conseguimento particolare ci avvicina al Bene o ce ne allontana. Abbiamo finalmente un terreno comune di discussione.
E se c'è un terreno comune, e Ferrara parla, allora ha torto.
Per metterla in versi:

Nel bosco tutto solo, in piazza o sul soffitto
Ferrara non ha torto soltanto se sta zitto.

controargomento

Non sono abbastanza competente in filosofia per rispondere all’interessante analisi di vs con una disamina dettagliata del pensiero filosofico occidentale con tanto di risse tra correnti (ebbene sì, come tutti i gruppi umani pure i filosofi si appiccicano).

Il ragionamento di vsBakunin, come è costretto ad ammettere alla fine, non è in grado di dimostrare che Ferrara se parla dice stronzate, asserzione che sappiamo essere vera. E poiché io giudico una teoria non per la sua utilità politica (e comunque la teoria di vsBakunin non lo sarebbe) ma dalla quantità di proposizioni vere che riesce a dimostrare, mi limiterò a prendere spunto dal suo ragionamento per provare a spiegare la mia ipotesi, vale a dire:
“Non importa sapere se Giuliano Ferrara stia parlando oppure no in questo preciso momento. Quello che importa è essere certi che quando parla ha torto”.

Il principale difetto della critica di vsBakunin al realismo sta nel confondere realtà con percezione fisica. Se io vedo una macchia di colore ma so che concettualmente quella è una bottiglia, allora è vero che sul tavolo c’è una bottiglia. Ma soprattutto è vero che c’è una bottiglia anche se io non la vedo. Quindi il fatto di non sapere se Giuliano Ferrara nel bosco parla o sta zitto non è un problema per la mia ipotesi.

Rimane il nodo centrale, quello di dimostrare che Giulino Ferrara quando parla ha sempre torto. Seguendo il ragionamento di vsBakunin questo si prova nella prassi. Embè, dico io, a guardar bene pare che in questo mondo in questo preciso istante non siamo in grado di dimostrarlo. Lui dirige un giornale, è un famoso e rispettato (ainoi!) opinionista. Il massimo che possiamo dire è che dalla nostra prospettiva di sinistra radicale Ferrara ha torto: in quanto rappresenta l’ala conservatrice, oppure nel merito per le sue posizioni sulla procreazione assistita o sull’eutanasia, etc etc. Sulla prassi politica, insomma. Invece dalla mia prospettiva è possibile dimostrare che, indipendentemente dal sistema di valori o dalla prassi politica dell’ascoltatore, ogni volta che Giuliano Ferrara parla ha torto. Questo è possobile solo se si assume che gli enunciati abbiano (quasi) tutti un valore di verità, che non dipende dal parlante ma dalla realtà esterna (riferimento) ed è pertanto possibile stabilire attraverso procedimenti logici se un enunciato è vero o falso. Nel caso in esame, ad esempio, il soggetto usa esprimere concetti contraddittori tra loro (contro l’aborto- quindi contro l’autodeterminazione del corpo della donna- ma usa proprio quest ultimo argomento per “difendere” la vita “allegra” del suo capo). Oppure è su posizioni estremante garantiste nei confronti di vicende giudiziarie che coinvolgono i potenti, mentre è forcaiolo in altri casi http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/1324841/Il-Foglio-di-Ferrara---Emergenza-sbarchi--Uccidiamo-gli-scafisti-.html. O ancora è su posizioni liberiste, salvo poi prendere il finanziamento pubblico per il suo fogliaccio http://www.giornalettismo.com/archives/168453/ferrara-una-famiglia-a-carico-nostro/.

Tutte queste in logica si chiamano contraddizioni. Cioè sono ragionamenti sempre falsi (del tipo: “A” AND “non A”). Ora, seguendo il metodo sperimentale, la nostra osservazione ha dimostrato empiricamente e logicamente che ogni volta che abbiamo sentito Ferrara parlare lui aveva torto (in senso logico). Secondo il metodo scientifico possiamo a questo punto fare una generalizzazione e affermare che, almeno fintanto che una prova empirica non arrivi a falsificarla, il nostro assunto iniziale:

Nel bosco tutto solo, in piazza o sul soffitto
Ferrara non ha torto soltanto se sta zitto.

A Daniela: va anche detto

A Daniela: va anche detto che per alcuni il metodo sperimentale ha un fondamento pregiudiziale, vale a dire che muove da premesse ritenute vere in quanto verificate (o verificabili) fino a prova contraria. E' un paradigma fine, nel senso che ammette l'eccezione come conferma della norma, appellandosi alla probabilità e alla statistica. Ma non si può negare che alla base ci sia un procedimento di generalizzazione e categorizzazione, e quindi una rete a maglie larghe, in cui il "caso particolare" sfugge all'analisi. L'ermeneutica si interessa invece anche dei casi particolari.

A complicare il rapporto fra fatti, verifica e prova di verità (dipendente da un'operazione ermeneutica, e quindi interpretativa) c'è un soggetto che non interpreta come puro pensiero logico, nè è in grado di decodificare severamente stimoli esterni (come si riteneva nelle teorie del codice), ma si appella a un paradigma contestuale (storico, appreso, giocoforza pregiudiziale). Nel caso della società occidentale emerge il paradigma causale, di derivazione cartesiana, che "supponiamo" veritiero appellandoci al principio del terzum non datur. Ma questo ci deriva da una tradizione. Che poi il modello veritiero non sia, ma al massimo verosimile (in prossimità del metodo sperimentale, che è solo un esempio, il nostro credere e il nostro sapere appartengono allo stesso universo cognitivo), tendiamo a dimenticarlo strada facendo.

Dall'interno del paradigma causale non siamo in effetti in grado di stabilire il valore di verità di fenomeni di frontiera, come appunto Ferrara che parla: e se quello che dice fosse vero o falso non in assoluto, ma "secondo certi aspetti e capacità"? Se fra quello che Ferrara esprime (una narrazione, e quindi una concatenazione di segni) e la realtà "là fuori" (quale?) agisse un terzo fattore (la concezione di colui che interpreta quello che Ferrara dice)? E se il punto fosse proprio stabilire la sostenibilità di questa concenzione in rapporto ad obiettivi di ordine pratico (quale realtà deriverebbe dal ritenere vera la frase "l'aborto è un reato di tipo omicidiario"?). Io, soggetto di conoscenza, negozio l'adesione del mondo vero per Ferrara al mondo vero per me. Il mio universo cognitivo lo digerisce male e lo rivomita nel campionario dei discorsi non veri, non falsi, ma semplicemente NON verosimili. E quindi non accettabili.

Seguendo questo percorso, ci si accorge che nella decodifica dei valori di verità degli enenuciati agiscono fattori molteplici: autorevolezza delle premesse (o pre-giudizi, in senso gadameriano), dinamiche di autorità e di consenso, tradizioni. Quindi andare alla ricerca del valore di verità di una stronzata espressa in termini severamente logici è come smontare un orologio per capire che cos'è il tempo.

Essendo ermeneuticamente rigorosi, bisogna fare i conti col fatto che esiste almeno un mondo possibile in cui alle donne è vietata qualsiasi forma di autodeterminazione perchè la premessa è che la donna è "in sè" essere inferiore e deficitario, e il valore di verità di questa affermazione è rintracciabile in un contesto che decreta: è così. Ed è il consenso a stabilire la verosimiglianza dell'affermazione, e a riprodurla ("libertà di opinione!"). Si dirà allora, come per lungo tempo è stato, che l'inferiorità femminile è dimostrabile (lo dimostra la sua fisiologia, la sua debolezza muscolare, ecc.), appellandosi a premesse parziali ma non meno vere per chi le invoca e per la società che le accoglie.

L'asse si sposta dalla verità del fatto espresso al valore che quella supposta verità assume contestualmente, e quindi ai procedimenti cognitivi che interpretano l'enunciato come più o meno aderente a criteri di verosimiglianza rispetto a delle premesse poste (non date). Si entra giocoforza in un sistema di valori. E il punto è proprio questo: ammettere che al di fuori di uno schema di valori l'essere umano non è dotato di modalità di ragionamento che stabiliscano il vero o il falso in senso assoluto ("sciolto" da qualsiasi pre-giudizio). Che il procedimento conoscitivo è sempre un'operazione sotto condizione, e una continua negoziazione.

Allora mi permetto di riappellarmi al paradigma causale ereditato dalla mia tradizione culturale: Ferrara ha torto. Perchè il sistema di valori a cui mi riferisco (chessò io, i diritti fondamentali della persona), pur conscia dei miei limiti, ha storicamente acquisito un valore universale. Ferrara lo nega. Quindi esce dai miei parametri di accettabilità. Mi impegno così a NON voler contribuire all'operazione ermeneutica che propone: ventilare il dubbio che quel mondo possibile di cui sopra, in cui -ma è solo un esempio- la donna è "in sè" deficitaria, sia proprio il mio mondo. Mi sottraggo al contratto.

Di più: faccio parte di una collettività. Sono "naturalmente" soggetto in relazione. Ne consegue che il mio posizionamento nel mondo, quello che "voglio, posso, devo" fare (e il suo contrario), ha un valore politico. E pratico.

Questo risponde a chi dice che astenersi dal giudizio è indice di obiettività. Non necessariamente, anzi: no. E' anch'esso un atteggiamento politico. Che suggersice pratiche e uno stile di negoziazione con il reale.

Alla luce di questo, spendo la moneta delle mie valutazioni, dei miei giudizi, nel modo migliore possibile "per me" rispetto a quanto finora sostenuto. E siccome siamo già in tre, lo statuto di verità della nostra conclusione assume più forza. Se fossimo tre mila o tre milioni, ne assumeremme ancora di più. Fino a diventare vera: è così.

Nel bosco tutto solo, in piazza o sul soffitto
Ferrara non ha torto soltanto se sta zitto.

Che c'azzecca l'ermeneutica?

Che c'azzecca l'ermeneutica? :-)

Come..."che c'azzecca

Come..."che c'azzecca l'ermeneutica"?? :O

Mi ritiro dal dibattito prima di dover chiamare in causa tutta la teoria dell'interpretazione di Eco. Che ho evitato di citare esplicitamente perchè non amo il tributo alle autorità intellettuali, a meno che non siano morte :)

Magari, però, forse, ci sarebbe la teoria (ermeneutica) di Gadamer in Verità e Metodo, o la pragmatica (ermeneutica) di Peirce, da tenere presenti.

Non so quale nesso non ti sia chiaro. Se si tratta di quello fra paradigma causale, statuti di verità e rilevanza dei casi particolari ti rimando alla Semiotica Interpretativa. Che dà degli spunti interessanti sull'argomento, soprattutto perchè facilmente applicabili a questioni di attualità.

Giuliano Ferrara come sineddoche del falso.

Con “Le parole e le cose” e poi, soprattutto, con “Il coraggio della verità”, Foucault rilanciava un problema antico. La verità, diceva Foucault, non è altro che un effetto di verità. Solo così la si può cogliere. Lo diceva già Montaigne, che, addirittura, citava Plutarco:” Se per caso il nostro pensiero si ripiega su se stesso cercando di cogliere il suo proprio essere, sarà lo stesso che voler stringere dell'acqua nel pugno” (saggi II, 12). Ma, fatta questa premessa, Foucault continuava: nonostante tutto, la verità esiste. E qualche secolo prima Montaigne:”nonostante tutto, l’Italia esiste e io ci posso fare un viaggio”.
Quindi cosa significa “effetto di verità”? Due possibilità. Si può intendere l’espressione o come faceva qualche anno addietro Alessandro Dal Lago, quando si era messo in testa di smontare l’impianto di Gomorra, facendoci la figura che ci ha fatto, cioè dicendo che la verità è solo un effetto di verità e dunque tutto dipende dalla capacità persuasiva dell’autore di un enunciato. In pratica, ennesima variante delle idiozie deboliste/neorealiste campate attorno al nietzscheano “non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Frase che però significa tutt’altra cosa rispetto a quel che le vogliono far dire Maurizio Ferraris e i suoi epigoni. Oppure, seconda possibilità, parlare di effetto di verità, come faceva Foucault, significa che a seconda dell’enunciato da verificare, è richiesto un diverso investimento argomentativo, etico, politico. Anche una diversa strategia retorica, perché no. Ma è questa ad essere servente alla verifica dell’enunciato, non la verità dell’enunciato a dipendere da questa.
Tutto ‘sto pippone per dire cosa? Fate entrare Ferrara, per cortesia! Ecco, grazie.
E’ un fatto che Ferrara produca enunciati. Alcuni di questi fanno leva su determinati giochi di verità (o frame, nella terminologia di Lakoff). Cioè, più o meno, l’opposto dell’effetto di verità o l’effetto di verità nella sua versione distorta. Un esempio lo ricordava più sopra la compagna Daniela: la sua strategia retorica per far apparire le femministe come represse e bacchettone, mentre le dame del capo sarebbero, nel suo gioco di verità, le eredi dei movimenti di liberazione della donna. Per affermare la falsità di questo enunciato è senza dubbio necessario un ingente investimento argomentativo, etico e politico: bisogna rafforzare la potenza dell’enunciato contrario a quello di Ferrara con approfondite analisi storiche, confermarlo allargando il piano del discorso aprendo diversi fronti polemici. Non di meno l’assunto di Ferrara resta falso, anche se dimostrarne la falsità, allo stato attuale delle cose, richiede impegno e fatica. Riprendendo un esempio non mio, è un po’ come quando Galileo smontava il gioco di verità dei sostenitori della teoria geocentrica. Da notarsi che per farlo, oltre alle dissertazioni e ai calcoli, Galilei aveva scritto anche un dialogo in dialetto padovano, in cui i protagonisti erano due contadini, che perculavano un matematico aristotelico. Si tratta in pratica di dover ribaltare un frame, per tornare a Lakoff.
Per altri enunciati di Ferrara l’operazione è più semplice, come quando difende l’innocenza del suo dante causa. E’ sufficiente opporgli una verità storica ed una giudiziaria facilmente dimostrabili. Qui si potrebbe aprire una lunga digressione, ma dobbiamo proseguire con il punto successivo, cioè il titolo del dibattito. Se Ferrara enuncia e nessuno lo sente?
Anche qui due possibilità. O enuncia gli stessi enunciati che abbiamo appena considerato. Allora continua ad avere torto, per le stesse identiche ragioni di prima. Oppure modifica la sua posizione. Ma in questo caso è come se non dicesse niente, perché il messaggio, per essere un messaggio, deve entrare in un circuito semiotico. Se manca il ricevente, il circuito non si chiude. Come il personaggio di Hal Incandenza in Infinite Jest, che nella sua mente si figura enunciati perfettamente strutturati dal punto di vista linguistico e conosce a memoria l’Oxford English Dictionary, ma è totalmente incapace di comunicare. O, ancora, come l’apologo del ragazzo affetto da sindrome da solipsismo da cannabis, che si illude di essere l’unico a percepire il colore verde del campo da golf. Il che, per Foster Wallace, era un modo di rappresentare in forma narrativa l’assunto di Wittgenstein per cui non esistono linguaggi privati (ma cfr. la produzione di segni a mezzo segni). Ecco perché l’altro giorno su twitter commentavo:”tutta questa roba è dannatamente fosterwallaceana”. E Ferrara non era ancora entrato in scena.
A questo punto devo avviarmi alla conclusione. Se l’enunciato di Ferrara (poniamo per paradosso un enunciato contrario a quelli che conosciamo) non si immette in un circuito semiotico, se dunque non produce significato, Ferrara continua ad avere torto. Di più: Ferrara avrebbe torto anche se non esistesse, perché è la posizione che sostiene ad essere falsa. E’ l’enunciato pre-personale o extra-personale ad essere passibile di verifica o falsificazione. Ferrara è una sineddoche, una sineddoche del falso. Per questo lo abbiamo scelto come paradigma. Insomma, parafrasando Deleuze, è il giornalismo nella sua più alta potenza del falso.

Nel bosco tutto solo, in piazza o sul soffitto,
Ferrara non ha torto soltanto se sta zitto.

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella mus…. Ah no, ho sbagliato finale!

Dialettica e sé

Se Ferrara, consapevole di essere solo nel bosco, parla anziché tacere è senz'altro perché qualcuno (Ferrara stesso) lo ascolti. Altrimenti non avrebbe la necessità di affermare verbalmente qualcosa in un luogo dove non vi sono ascoltatori terzi.

Quindi Ferrara afferma e Ferrara ascolta.

Vi sono allora due possibilità:
- che Ferrara sia d'accordo con sé stesso (Ferrara ha ragione o caso R)
- che Ferrara NON sia d'accordo con sé stesso (Ferrara ha torto o caso T)

Proviamo con un esempio a comprendere se entrambi i casi siano possibili.

Ferrara solo nel bosco afferma "Io sono grasso".

Nel caso R perché Ferrara dovrebbe parlare da solo in un bosco? Per affermare un proprio fermo convincimento? Ma perché la necessità di affermare qualcosa se si ha l'assoluta certezza e consapevolezza della ragione? E' chiaro che lo stesso affermare verbalmente sia incontrovertibilmente un mezzo per entrare (come sopra affermato)in dialettica con sé stesso.

Quindi Ferrara solo nel bosco afferma "Io sono grasso" solo se non ne è totalmente e intimamente convinto.

E quindi se Ferrara afferma "Io sono grasso" è perché Ferrara ha il dubbio di non essere veramente grasso e ha la necessità di esprimere verbalmente questo concetto per negare (fugare) il dubbio.

Se quindi Ferrara è grasso: Ferrara, che ha il dubbio di essere grasso e che induce Ferrara ad affermare di essere grasso per confutare tale dubbio, ha torto (caso T).

Se invece Ferrara non è grasso: Ferrara confuta Ferrara che ha il dubbio di non essere grasso(e ha ragione)e quindi ha torto (caso T).

Quindi Giuliano Ferrara parla in un bosco, nessuno lo sente e ha sempre torto.

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