Crescere come cresce un cristallo, riflessioni su cos'è la sinistra

E se parlassimo di “sinistra” non come una categoria ideale ma come un luogo quasi materiale? Mi spiego. Chi milita nella sinistra sa cos’è la sinistra, è la gente e le organizzazioni con cui si rapporta, talvolta anche in modo conflittuale o competitivo (per esempio, per far prevalere la propria “parrocchia”), nella sua militanza politica, sindacale, associativa, culturale. Sono “i compagni”, espressione che come è noto è usata con generosità anche con una persona che fa parte di un’altra sigla, che ci potrebbe pure stare sulle palle e che magari consideriamo addirittura un po’ stronza o venduta. L’insieme dei compagni è grossomodo la sinistra. Non so se la mia visione sia viziata dal fatto di vivere in una piccola città, ma mi sembra che questo sia un “oggetto sociale” piuttosto ben definito, anche se magari con confini “fuzzy” e con qualche caso ambiguo.
Si diceva un tempo, in Italia, “il popolo della sinistra”. L’espressione è impropria, perché fa sembrare questo popolo (in verità: sub-popolo, una sottonazione nella nazione) come qualcosa che venga definito a partire da un’altra cosa che è “la sinistra” a cui esso “apparterrebbe”, e la sinistra in quella visione era probabilmente la somma dei “partiti di sinistra” (cioè quelli derivati dal vecchio PSI ante-1921: PCI, PSI, PSIUP, forse PSDI, Manifesto e poi PDUP e poi DP, ecc.), a cui questo popolo sarebbe stato legato da vincoli di tesseramento o diretto o indiretto ad una delle organizzazioni di fronte (CGIL, ARCI, ANPI, UDI ecc.) o a rapporti più laschi di elettorato. Questa visione non regge dopo il Sessantotto, perché il rapporto con questi partiti e con la CGIL si rompe parzialmente, la militanza a sinistra assume forme più complesse ma il senso di appartenenza al “popolo di sinistra” resta più o meno lo stesso (si saluta col pugno, le bandiere sono rosse, ci si dice “compagni”, per restare sul piano meramente simbolico). Oggi la militanza a sinistra sarà anche ristretta rispetto a un tempo (e comunque questo andrebbe dimostrato), i rapporti tra sindacati/associazionismo e partiti è molto più vago, ma per certi versi le occasioni di mobilitazioni unitarie sono anche più frequenti (personalmente non ho mai visto un corteo di compagni spaccarsi o finire a mazzate, cosa che era invece comune negli anni Settanta… e parecchi tra chi mi legge conosceranno le “grandi adunate periodiche” dove vanno “tutti”).
Secondo me questo dimostra che “il popolo di sinistra” era un’illusione ottica, in realtà la sinistra è quel popolo, che poi trova vari modi di strutturarsi (o non li trova) ovvero “le organizzazioni della sinistra”. Della sinistra fanno parte a pieno titolo innumerevoli “cani sciolti” che non sono per niente sciolti rispetto al “branco” più ampio che ci include tutti, randagi e organizzati.

Ora, se la sinistra è questo oggetto, che ha una sua persistenza sovraindividuale, invece di tentare una “definizione” della sinistra, che finirebbe per essere metastorica, prendiamo questa cosa come punto di partenza e studiamone le caratteristiche. Mi sembra più scientifico. Possiamo anche studiare come si è sviluppata storicamente questa aggregazione umana e come questa rete di rapporti si mantiene al di là delle vite individuali dei singoli: emergerà ovviamente che la sinistra per esempio italiana si è sviluppata come conseguenza della lotta di classe, cioè che la sinistra è la sedimentazione nella società dell’attività del movimento operaio organizzato. L’allentarsi dei rapporti con questo primo motore originario stacca pezzi di sinistra dal resto del popolo di sinistra e li fa diventare altre cose, un esempio da manuale è il percorso dei socialisti craxiani ma ci sono anche pezzi di sinistra radical-chic che a furia di fregarsene dei lavoratori si trovano gradualmente estromessi dal popolo della sinistra, per esempio i radicali o quelli della parrocchia di Sansonetti; in altri casi, proprio perché si tratta di un oggetto reale e non di un principio ideale, la separazione dalla sinistra avviene per un trauma particolare avvenuto nella storia, a prescindere dalle enunciazioni verbali: si pensi ai rossobruni e ai loro antenati, i vari “fascisti di sinistra” di tradizione sansepolcrista. Vale anche il contrario, gruppi umani che non hanno mai avuto rapporti con la sinistra non diventano parte della sinistra neanche se prendono posizioni di sinistra: si tratta di rapporti tra donne e uomini reali e non di somiglianze tra programmi elettorali.

So che con un paradigma del genere aggiungo elementi arbitrari nella discussione, ma credo che capire il peso concreto che questi elementi hanno nel definire il significato “concreto”, anche un po’ “grezzo” se vogliamo, di sinistra, aiuti a capire proprio molte incoerenze apparenti di questa grossolana classificazione. En passant, in questa visione la destra non esiste come struttura umana simmetrica alla sinistra; infatti, non c’è (perlomeno da noi) un “popolo di destra” legato da una qualche sorta di militanza, semmai esiste un “popolo dell’estrema destra”, molto più piccolo del popolo di sinistra e non casualmente basato su una sorta di scimmiottatura delle dinamiche della sinistra (e talvolta anche di alcune posizioni). Altra conseguenza di girare le cose in questo modo: la gente “di sinistra” diventa un insieme di figure sfocate sullo sfondo, la sostanza della sinistra è data da quelli che “vanno in piazza”, gli altri sono “di sinistra” di riflesso nella misura in cui condividono le idee di questo gruppo più ristretto (sebbene inclusivo di qualche milione di persone) e dalle idee più nette: proprio perciò molti non sono “né di destra né di sinistra”.

Da quel che ho visto (e fatto), gli indignati italiani sono un movimento messo in piedi dalla variegatissima sinistra italiana (da SEL agli anarchici!), la piazza del 15 ottobre 2011 era una piazza col “popolo di sinistra”, indubbiamente le suggestioni evocate da quel movimento hanno una certa presa su gente che non si considera parte di quel mondo, ma per il momento non ho visto uno sfondamento importante fuori da questi – pur ampi – confini. Qui entra un discorso tattico importante; il mito del Grande Fronte dei Compagni è un mito ricorrente perché nasce dalla consapevolezza che, nonostante tutto, la sinistra italiana è gigantesca. A questo altri contrappongono l’esigenza di “non essere sempre le solite facce”, e siccome il popolo di sinistra e le sue strutture sono ingombranti, si pensa di liberarsi della zavorra con finzioni del tipo “Né destra né sinistra” (o il suo fratellino liceale, “Non ci rappresenta nessuno”). Si legga “Bologna Social Enclave” di Wu Ming per avere una rappresentazione perfetta di questo dilemma.
La quadratura del cerchio credo che sia la capacità di aggregare nuovi nodi al network invece che innalzare muraglie ai confini o peggio cancellando totalmente la distinzione e quindi distruggendo l’oggetto sociale costruito da più di un secolo di lotte. Crescere come cresce un cristallo.

(Da una discussione su Giap)

La mia impressione è che la

La mia impressione è che la "quadratura del cerchio" stia avvenendo in val di susa...

Ciao.

La quadratura del cerchio

Lo penso in buona parte anch'io. Al di là di qualche dettaglio, quello è un modello vincente di aggregazione che non si basa su fare reset e poi ricostruire da zero, ma sul crescere come cresce un cristallo.

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