Tre brevi articoli sul golpe in Honduras

Sconfiggere il colpo di Stato in Honduras! (11 settembre 2009)

La deposizione di Manuel Zelaya, presidente democraticamente eletto dell’Honduras, sembra aver riportato un lembo di America Latina agli anni delle dittature militari. Tuttavia il golpe di destra ha innescato un fenomeno di resistenza popolare che prosegue ormai ininterrotta da numerose settimane.
“Mel” Zelaya ha vinto le elezioni nel 2005 come candidato del Partito Liberale, venendo però in seguito influenzato sempre più fortemente dalle esperienze dei governi di sinistra dei paesi dell’Alba (l’Alternativa Bolivariana per le Americhe voluta da Hugo Chávez ) come il Nicaragua, la Bolivia, l’Ecuador e soprattutto il Venezuela. Nel 2008, Zelaya ha annunciato la sua contrarietà alle operazioni militari della base aerea di Soto Cano, strategicamente importante per gli interessi Usa.

Zelaya ha tentato di risolvere le contraddizioni sociali di un paese poverissimo dominato dalle multinazionali nordamericane. Dal 2005 al giugno 2009 sono stati presi dei provvedimenti chiaramente progressisti che hanno allarmato l’oligarchia honduregna: l’aumento del 60% del salario minimo (che era pari a 125 euro al mese), una facilitazione dell’accesso al credito per i contadini, una riforma della sanità e l’accesso ai farmaci generici, una campagna di alfabetizzazione (l’analfabetismo era al 23% nel 2003).

Un tentativo di riforma costituzionale ha precipitato la crisi. L’idea di Zelaya era di accelerare la trasformazione politica e sociale del Paese cambiandone la legge fondamentale, sulle orme di Venezuela, Bolivia ed Ecuador. L’idea di una via costituzionale, pacifica e graduale al socialismo era però già risultata utopica in quei paesi. La classe dominante percepisce ogni tentativo anche legale di cambiamento dello status quo come una provocazione e reagisce con cospirazioni fascistoidi e colpi di Stato.

Questo si è visto il 28 giugno, quando i vertici dell’esercito hanno ordinato il rapimento di Zelaya e il suo esilio in Costarica. Il governo uscito dalle elezioni è stato così rovesciato e sostituito da una dittatura di fatto guidata dal presidente del parlamento, Roberto Micheletti, appoggiata dalla Confindustria honduregna, dalla Chiesa cattolica, dalle “12 famiglie” che controllano l’economia del Paese, da buona parte dei ceti medi benestanti. Subito le organizzazioni popolari e dei lavoratori hanno scatenato una mobilitazione di massa senza precedenti. In questo senso l’azione degli oligarchi è stata miope e rischia di creare per la borghesia honduregna più problemi che altro.

Se Chávez ha invitato il popolo honduregno a ribellarsi, proprio per la miopia di questa azione prepotente sono state invece inizialmente caute le reazioni diplomatiche dei paesi imperialisti, inclusi gli Stati Uniti che pure hanno avuto un ruolo evidente nella preparazione del colpo di Stato. Evidentemente, nella politica estera Usa hanno ancora un peso i “falchi” neo-conservatori dell’era Bush, mentre Barack Obama e Hillary Clinton hanno seguito una linea più moderata ma proprio per questo più subdola, inducendo Zelaya alla conciliazione e ad un inconcludente negoziato coi golpisti.

Il mediatore indicato dall’Organizzazione degli Stati Americani è stato Oscar Arias, presidente del Costarica. La sua proposta era davvero indecente: Zelaya, in cambio del suo ritorno alla presidenza, ostaggio tuttavia di un “governo di conciliazione nazionale” con tutti i partiti, avrebbe dovuto rinunciare all’Assemblea Costituente oltre che naturalmente a perseguire i crimini dei golpisti. Il “piano Arias” in sostanza consisteva nel raggiungere gli obiettivi del golpe attraverso la collaborazione di Zelaya stesso! Se il piano è fallito, non è per l’opposizione di Zelaya, che lo aveva accettato integralmente, quanto per quella dei golpisti, che si sono cocciutamente impuntati sul fatto che Mel dovesse restare in esilio. Ad ogni modo, questo episodio dimostra l’irresolutezza e l’inaffidabilità di Zelaya, che rischia di compromettere tutto il movimento.

Nonostante la mobilitazione del Fronte Nazionale di Resistenza contro il Golpe, dunque, la dittatura di Micheletti è ancora in piedi: soltanto la classe operaia honduregna e internazionale, paralizzando l’economia del Paese, può sfiancarla in modo decisivo. In un volantino della Tendenza Marxista Internazionale diffuso in Honduras abbiamo proposto anche l’armamento dei sindacati operai e delle organizzazioni contadine: si consideri che si stimano finora 4mila arresti arbitrari, numerose vittime di scontri o assassinii mirati, decine di sparizioni.

Non ci si può limitare a rimettere Mel al potere, è necessario procedere ad un’epurazione rivoluzionaria delle forze armate, all’esproprio delle “12 famiglie”, all’assegnazione del controllo delle leve fondamentali dell’economia ai lavoratori. Come ha dichiarato lo stesso Zelaya, “il popolo dell’Honduras e dell’America Latina sta combattendo per il socialismo”.

Zelaya è ritornato in Honduras! (23 settembre 2009)

Ottantasei giorni dopo il colpo di Stato militare che ha rimosso il presidente legittimo Manuel Zelaya dal potere sostituendolo con Roberto Micheletti, un individuo senza scrupoli appoggiato dai grandi capitalisti e latifondisti honduregni, la resistenza contro il golpe ha subito un’accelerazione improvvisa lunedì scorso quando è stata annunciata da Hugo Chávez la presenza di Zelaya a Tegucicalpa (la capitale dell’Honduras).

Il deposto presidente di sinistra è dunque rientrato segretamente dall’esilio e trova al momento rifugio presso l’ambasciata brasiliana di Tegucicalpa. Il regime golpista che aveva inizialmente descritto l’annuncio del presidente venezuelano come “terrorismo mediatico” è stato dunque preso alla sprovvista e ha reagito come una bestia in gabbia: mentre migliaia di sostenitori di Zelaya convergevano all’ambasciata da tutti i punti della capitale, o muovevano verso Tegucicalpa dalle altre zone del Paese, Micheletti ha dichiarato un coprifuoco, inizialmente dalle 4 di pomeriggio di lunedì fino alla mattina di martedì, esteso poi fino alla sera di martedì e infine addirittura alle 6 di mercoledì.

Sebbene questa misura disperata, sostenuta dall’invio di orde di soldati e poliziotti in tenuta antisommossa nelle strade, abbia seminato il panico tra migliaia di lavoratori che hanno dovuto abbandonare precipitosamente il lavoro, non ha impedito a circa 50mila persone di ritrovarsi davanti al rifugio di Zelaya, invocandone il ritorno, in una manifestazione spontanea molto combattiva. I sostenitori di Zelaya sono stati attaccati all’alba di martedì dalle forze dello Stato, ritrovandosi impegnati in una battaglia sulle barricate costata, secondo fonti sindacali, 24 feriti e centinaia di arresti (300 di questi arrestati sono stati ammassati a forza in uno stadio, come usava fare il regime di Pinochet in Cile). Gira anche la voce che ci siano stati due morti.

Nel frattempo Zelaya lanciava dall’interno dell’ambasciata assediata appelli alla mobilitazione, da un lato invocando (giustamente) una sorta di spallata finale a Micheletti e dall’altro dicendosi disponibile al “dialogo”. La risposta degli usurpatori è stata tagliare acqua, luce e viveri all’edificio, in violazione peraltro di ogni norma di diritto internazionale. L’ambasciata è stata posta sotto assedio e circondata da cecchini e si teme un attentato. Oltre a palesare l’insensatezza della linea del dialogo, questo dimostra che non è con minuzie giuridiche e pressioni diplomatiche che si può abbattere il regime golpista. Solo un’azione di massa può salvare Zelaya e rovesciare la dittatura militare.

La linea del dialogo coi golpisti è quella sostenuta dallo stesso governo brasiliano e dall’Organizzazione degli Stati Americani, che torna a proporre il fallito “accordo di San José” che prevede sì il ritorno di Zelaya, ma in cambio dell’amnistia per i golpisti, di un governo con tutti i partiti e della rinuncia alle riforme costituzionali e sociali proposte dal presidente legittimo – in sostanza, gli obiettivi del golpe contro Zelaya raggiunti con la cooperazione di Zelaya stesso. La mozione di emergenza approvata a maggioranza dall’OSA ha visto il voto contrario dei rappresentanti di Venezuela e Nicaragua. Il governo nicaraguense ha dichiarato che l’accordo viene oggi respinto anche dallo stesso Zelaya, che pure in passato si era mostrato disponibile. Brasilia e Washington tuttavia insistono su questa linea che sarebbe disastrosa per le masse popolari honduregne, oltre a creare un precedente pericoloso per tutta l’America Latina.

Il governo Micheletti è sottoposto a grandi pressioni dalla borghesia internazionale che teme che il mantenimento di una linea oltranzista da parte dei golpisti possa portare a una situazione insurrezionale, con la messa in discussione non solo di Micheletti, ma dell’intero sistema. L’ostinazione dei golpisti sembra totale: la controproposta venuta da Micheletti è quella che Zelaya rinunci alla presidenza, affronti un processo e riconosca la legittimità delle elezioni-farsa convocate per il 29 novembre in un contesto di completa mancanza di spazi democratici.

Il Fronte Nazionale di Resistenza contro il Golpe sta in queste ore organizzando un’insurrezione popolare in condizioni difficilissime: le stazioni televisive e radiofoniche sono state costrette a tacere su quanto accade nel Paese, l’esercito ha preso il controllo della compagnia elettrica e taglia la corrente in tutte le zone ribelli, il coprifuoco permette ogni genere di arbitrio e di violenza come d’altronde avviene ormai da quasi tre mesi. Eppure il Fronte è riuscito in queste settimane ad organizzarsi piuttosto capillarmente, creando comitati locali che danno una struttura alle forze popolari nei rioni operai e nelle campagne. Il 6 settembre centinaia di delegati di questi organismi si sono incontrati a Tegucicalpa per discutere dei prossimi passi da compiere.

Il ruolo della classe operaia e del sindacato in questo movimento è preminente e lo sciopero una delle armi più affilate nell’arsenale della Resistenza. L’8 settembre rappresentanti dei tre principali sindacati hanno rilasciato una dichiarazione congiunta a favore di uno sciopero generale che paralizzi l’economia togliendo ossigeno ai golpisti.

Il Fronte di resistenza contro il golpe ha già adottato una serie di rivendicazioni che vanno ben oltre la lotta contro i militari, come la convocazione di un Assemblea costituente rivoluzionaria. Ad essa bisogna aggiungere l’esproprio delle “12 famiglie” che controllano l’economia honduregna e il controllo dei lavoratori sui mezzi di produzione; così facendo la transizione del Paese verso il socialismo sarebbe oggi interamente possibile. Se i militari tagliano la corrente, i lavoratori possono ristabilirla. Se i militari tagliano le comunicazioni, i lavoratori possono ristabilirle. Alla fine sono loro che fanno funzionare il Paese, non i soldati. D’altronde i soldati sono quasi tutti di estrazione popolare, hanno parenti e amici che fanno parte della Resistenza: ripetuti appelli a rivolgere le proprie armi contro i generali e non contro il popolo potranno presto o tardi avere un effetto.

Ci sono informazioni frammentarie sugli esiti delle innumerevoli insurrezioni locali che si stanno verificando in queste ore in tutta l’Honduras, ma a quanto pare barricate sono state erette dappertutto e in almeno un caso le forze della repressione sono state sconfitte (una stazione di polizia è stata occupata dal popolo nella cittadina di San Francisco).

Un appuntamento molto importante è quello di oggi: una grande manifestazione nazionale contro il golpe è convocata nella capitale, di fronte all’Università alle 8 di mattina (le 16 italiane). Queste ore sono cruciali per lo sviluppo della situazione. Anche dall’Italia è importante dare tutta la nostra attenzione e solidarietà alla lotta eroica del popolo honduregno.

Honduras: l’accordo tra Zelaya e i golpisti è una farsa! (12 novembre 2009)

Il conflitto tra il regime golpista guidato da Roberto Micheletti e i sostenitori del presidente legittimo Manuel Zelaya, deposto ed esiliato dai militari il 28 giugno scorso per fermare i suoi tentativi di riforma della Costituzione in senso progressista, si sta concludendo nel peggiore dei modi.

Lotta e repressione

Dopo un’estate di lotta durissima ed eroica in cui la sinistra, i sindacati, i movimenti sociali si sono organizzati nel Fronte Nazionale di Resistenza contro il Golpe, il 21 settembre Hugo Chávez aveva annunciato con soddisfazione che Zelaya era rientrato clandestinamente in patria e aveva trovato rifugio nell’ambasciata brasiliana a Tegucicalpa. La presenza di Zelaya nella capitale honduregna aveva immediatamente suscitato un gigantesco entusiasmo popolare e migliaia di sostenitori del presidente rovesciato erano accorsi attorno all’ambasciata, mentre il regime golpista dichiarava il coprifuoco e procedeva ad una repressione durissima.

Per alcuni giorni si era vissuta in Honduras una situazione quasi insurrezionale, gli scioperi si susseguivano, barricate sorgevano ovunque, talvolta le forze del Fronte di Resistenza riuscivano a sconfiggere la polizia e l’esercito: il rovesciamento rivoluzionario della dittatura di Micheletti sembrava a portata di mano. La direzione del Fronte non aveva tuttavia le idee chiare: in quelle ore cruciali non vennero prese decisioni nette e si continuò ad insistere con la linea incomprensibile della “resistenza pacifica”, non organizzando picchetti armati di autodifesa delle manifestazioni, delle sedi e dei capi della Resistenza. Intanto il bilancio ufficiale delle vittime della violenza degli usurpatori è salito a 22 e l’ambasciata brasiliana era circondata da soldati che usavano anche “dispositivi acustici a lungo raggio” per torturare Zelaya e i suoi con rumori assordanti a tutte le ore del giorno e della notte. Il personale dell’ambasciata ha riportato anche sintomi di avvelenamento.

Negoziato e inganno

Ora che l’occasione era persa, ora che il popolo era rimasto disarmato e disorientato, la borghesia honduregna e l’imperialismo potevano giocare nuovamente la carta del negoziato per sventare un esito rivoluzionario di questa crisi. Zelaya si era già dall’esilio dimostrato tentennante e disposto a cedimenti di fronte a subdole proposte di “dialogo nazionale” sponsorizzate da Hillary Clinton e dal presidente costaricano Oscar Arias, mediatore per conto dell’Organizzazione degli Stati Americani.

Il 30 ottobre l’arrivo a Tegucicalpa di Tom Shannon, sottosegretario agli Esteri per il governo Obama, si rivela decisivo per giungere alla firma di un accordo tra i rappresentanti di Micheletti, di Zelaya e dell’OSA (Organizzazione degli stati americani). Questi sono alcuni dei punti dell’accordo:

  • Creazione di un governo di “unità e riconciliazione” con tutti i partiti, inclusi quelli pro-golpe.
  • Rinuncia ad ogni appello al cambiamento della Costituzione. Impedire questo cambiamento era lo scopo del colpo di Stato, che quindi può dire di avere ottenuto il suo scopo con la collaborazione dello stesso Zelaya!
  • Riconoscimento della validità delle elezioni che si terranno il prossimo 29 novembre, che si terranno evidentemente in condizioni piuttosto dubbie visto che è da mesi che le libertà democratiche sono sospese.
  • La polizia e l’esercito saranno sotto il controllo della Corte Suprema Elettorale (filogolpista) fino alle elezioni.
  • Al parlamento (lo stesso che a giugno ha votato a favore dell’usurpatore Micheletti!) si chiede di votare la restituzione del potere a Zelaya fino al 28 gennaio, quando entrerà in carica il nuovo presidente che sarà eletto il 29 novembre (Zelaya non può ricandidarsi).

L’accordo disatteso

È chiaro che questo accordo è una farsa: anche se fosse rispettato, rappresenterebbe una vittoria per la borghesia honduregna, che avrebbe bloccato le riforme sociali e costituzionali salvando al contempo le apparenze democratiche. Proprio il capo della Confindustria honduregna (filogolpista), Adolfo Facusse, aveva proposto il 29 settembre un piano che prevedeva il ritorno di Zelaya con poteri limitati, un posto da parlamentare a vita per Micheletti e l’intervento di truppe multinazionali: la soluzione negoziale era in questa fase quella preferita dalla classe dominante per imbrigliare le masse honduregne. Eppure il giornale di Rifondazione Comunista, Liberazione, accoglie la firma di questa capitolazione scandalosa da parte di Zelaya con toni trionfali titolando C’era una volta il cortile di casa facendo scrivere in seconda pagina alla solita Angela Nocioni che con la “vittoria” di Zelaya gli USA di Obama riconoscono di non poter più interferire in America Latina!

Nonostante il suo coraggio personale dimostrato col rocambolesco rientro in patria del 21 settembre, Zelaya ha mostrato al nemico la sua debolezza con l’accettazione dell’accordo e la confusione seminata tra i suoi seguaci hanno permesso alla fazione di Micheletti di procedere ad un’ulteriore provocazione. Il 3 novembre il parlamento ha deciso… di non decidere, rinviando la decisione sul destino di Zelaya a dopo che una serie di organismi e istituzioni dello Stato si saranno pronunciate. Il 5 novembre Micheletti ha dato la sua interpretazione di “governo di unità nazionale” nominando sé stesso capo del governo e scegliendosi i propri ministri di fronte al rifiuto di Zelaya di fornire una rosa di 10 nomi.

Il farsesco “dialogo” tra le due parti si è così nuovamente rotto, salvo riprendere sabato 7 novembre con un nuovo tavolo di discussione. È chiaro che siamo di fronte ad una tecnica dilatoria da parte della destra golpista. Il portavoce del Fronte di Resistenza, Juan Barahona, ha dichiarato che non riconoscerà le fraudolente elezioni di fine novembre e ha invitato a boicottarle. Una combinazione di repressione e falsi negoziati, aiutata dall’irresolutezza politica di Zelaya, hanno paralizzato il movimento, ma lo stallo odierno può rompersi da un momento all’altro con il ritorno in scena delle masse, che da questa amara soluzione dello scontro Micheletti-Zelaya devono imparare a fidarsi solo delle proprie forze!

(Pubblicati su FalceMartello online e cartaceo)

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