Argomenti contro l'uso dell'ombrello

A me sembra che l'argomento decisivo contro l'ombrello sia la fragilità di questo rudimentale attrezzo, che tra l'altro è stato originariamente ideato per proteggere dal sole e non per essere esposto alle intemperie: usate l'ombrello per farvi ombra (come dice la parola stessa) e non si romperà; se invece lo usate per difendervi dalla pioggia, dalla neve, dalla grandine o da una tempesta di sabbia, si scasserà inevitabilmente in uno dei seguenti modi:

  1. Il ribaltone. L'ombrello ha due stati stabili: "chiuso dritto" e "chiuso ribaltato"; se insistete nel tenerlo nello stato instabile ("aperto") prima o poi prevarrà lo stato "chiuso ribaltato", che è più stabile perché irreversibile. Spesso è il vento impetuoso ad indurre la nefasta metamorfosi. A quel punto è possibile riciclare l'oggetto come scopettone.
  2. Il granchio. L'ombrello è come l'ala di un pipistrello (questo è anche il verso di una canzone di Domenico Modugno): lunghi, esili ossicini irradiano dalla sua punta e vibranti membrane si distendono tra l'uno e l'altro di loro. Una spinta evolutiva irresistibile tende però a convertire lo pseudochirottero nel simulacro di un crostaceo: le stecche si spezzano, si disarticolano, si contorcono e diventano chele, grinfie, mani di strega. L'apertura e la chiusura dell'aggeggio diventano sempre più perigliose e la probabilità che l'astice meccanico vi cavi un occhio durante l'operazione diventa quasi una certezza. A quel punto è possibile riciclare l'oggetto come trappola per orsi.
  3. Il collasso. Sembrerà strano, ma la maggior parte degli ombrelli patiscono l'acqua; questo vale specialmente per gli ombrelli eleganti, di un tessuto pregiato, impreziositi da graziosi arabeschi. Il primo segno di reumatismi nell'ombrello si ha con lo sgusciamento della punta delle stecche: le capsule che tengono la tela unita alla struttura rigida abbandonano la loro sede in virtù della distensione del tessuto e l'aspetto dell'ombrello aperto, da perfetta tenda ad igloo di marca Quechua diventa sempre più somigliante ad uno svolazzante tendone beduino. Se la goccia scava la pietra, a maggior ragione riesce con facilità a molcere il legno mutandolo in fradicio giunco, a decomporre la trama del tessuto riducendolo a straccio amorfo, ad arrugginire le punte metalliche e le giunture convertendole in grumi di ossido. A quel punto è possibile riciclare l'oggetto come scultura astratta.

(scempiaggini che ho scritto su Facebook)

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