Iraq: chi la dura la perde

A quanto pare, George W. Bush ha respinto le proposte del “rapporto Baker” provenienti dall'ala più lungimirante dell'establishment statunitense. Se qualcuno chiedesse a noi marxisti chi ha ragione, tra l'Iraq Study Group che ha steso il rapporto e il presidente Bush, saremmo costretti a dire che hanno entrambi ragione: ciascuna delle due parti ha ragione quando critica l'altra per l'irrealizzabilità delle sue proposte. Il loro problema è che hanno entrambi torto quando difendono la propria soluzione.

+16% di soldati: farà la differenza?

“Credo che se annunci una specifica scadenza [...] per il ritiro in una situazione così volatile come questa, fondamentalmente stai dando ai tuoi avversari la convinzione che tutto quello che devono fare è aspettare che tu te ne vada” (Robert Gates, segretario USA alla Difesa)

Se il rapporto Baker negava che l'invio di nuove truppe potesse costituire una panacea, ponendo invece l'accento sulla “responsabilizzazione” dell'esercito-fantoccio iracheno, Bush non ha dato alcuna data per il ritiro e ha invece annunciato l'invio di 21.500 nuovi soldati, 17.500 dei quali saranno stanziati nella capitale mentre 4.000 marine si dovranno occupare di ripulire la provincia sunnita di Al-Anbar, descritta come “una base di Al-Qaeda”; al contempo, altri consiglieri nordamericani saranno messi al seguito dei reparti dell'inaffidabile esercito iracheno.

Al-Anbar è l'ennesimo grattacapo per l'imperialismo USA, perché nei mesi scorsi gli americani e le forze armate irachene hanno incontrato seri problemi nello scontrarsi con forze ribelli in quella provincia. Secondo alcune fonti, i soldati del VI Battaglione si sarebbero addirittura rifiutati di uscire dalle caserme del capoluogo, Ramadi, ed esprimerebbero una preoccupante propensione alla resa, che avrebbe spinto il nuovo ministro della Difesa Robert Gates ad intervenire con urgenza.

Il punto focale della nuova linea di Bush però è Baghdad. Questo è già di per sé un fatto piuttosto significativo: in Viet Nam l'esercito USA doveva fronteggiare i Viet Cong nella jungla, mentre Saigon cadde solo alla fine, cambiando nome in Ho Chi Minh City; oggi il più vasto quartiere di Baghdad si chiama già Sadr City e forse non è un caso. Il piano dell'amministrazione statunitense per questa metropoli di 6 milioni di abitanti è “andare casa per casa a guadagnare la fiducia dei residenti”; epurata dalla retorica, questa frase significa probabilmente l'organizzazione di feroci rastrellamenti. Più che la base per una riscossa, questi 17mila uomini danno più che altro l'impressione di essere un tentativo disperato di rompere l'assedio in cui è ormai stretta la “zona verde” di Baghdad, sede delle autorità imperialiste e del governo ufficiale, circondata da quartieri che vengono spartiti violentemente tra i diversi partiti armati che ormai spadroneggiano in Iraq.

La situazione ricorda una scena di Rambo III, quando migliaia di nemici compaiono all'orizzonte tutto attorno all'eroe del film e un mujaheddin (i “buoni” sono solo loro due) chiede: “Cosa facciamo, Rambo?”. Rambo risponde: “Circondarli, lo escludo”. Quel film tra l'altro era ambientato in Afghanistan, dove in effetti la situazione attuale degli americani e del loro amico Karzai è molto simile.

Tutta colpa di Maliki!

[Maliki] prima mi ha detto «siete la spina dorsale del paese», e poi mi ha confessato di essere «obbligato» a combatterci. Obbligato, capisce?” (Moqtada Al-Sadr intervistato da la Repubblica)

Abbiamo già osservato in passato che l'ABC del colonialismo è la creazione in loco di uno strato di collaborazionisti. Le difficoltà oggettive (e in parte anche l'inettitudine) nello svolgimento di questo compito da parte della Casa Bianca sono una delle ragioni di fondo della mancata stabilizzazione dell'Iraq. L'attuale governo presieduto da Nuri Al-Maliki comprende membri di un gran numero di fazioni politico-etnico-confessionali, tra cui tre importanti formazioni sciite: il Dawa (Partito della Chiamata Islamica, un tempo considerato dall'Occidente un gruppo terroristico vicino a Teheran), che esprime il Primo Ministro, lo SCIRI (Supremo Consiglio della Rivoluzione Islamica in Iraq), apertamente filoiraniano, che controlla la milizia Badr, e il gruppo rivale di Moqtada Al-Sadr, che ha nell'Esercito del Mahdi il suo braccio armato.

Su un punto il rapporto Baker e l'amministrazione Bush concordano: gettare la colpa di tutta la situazione su Nuri Al-Maliki, “l'uomo del compromesso” (con i filoiraniani, con i nazionalisti kurdi, con le forze di sinistra più “malleabili” come il Partito comunista iracheno, anche con alcune forze sunnite particolarmente “realiste”). Con la consueta arroganza, la Rice ha detto che “il governo di Al-Maliki è a termine” e che il “popolo americano” (sic!) potrebbe perdere la pazienza e smettere di sostenerlo.

Per la Rice scaricare Maliki significa espungere un po' di gente dalla lista dei referenti politici della Casa Bianca in Iraq, in particolare abbandonando ogni ambiguità nei confronti del cosiddetto “radicalismo sciita” di Moqtada Al-Sadr. Ma, come dice correttamente Francis Fukuyama (che da grande ideologo ottimista del capitalismo è caduto in una depressione ultrapessimista), “dichiarare guerra ad Al-Sadr significa dichiarare guerra alla maggior parte della popolazione irachena”; benvenuto sul pianeta Terra, Mr Fukuyama!

Escludendo la peculiare questione kurda, gli sciiti sono in teoria la base d'appoggio più solida degli Usa in Iraq. Il grande ayatollah Al-Sistani ha dichiarato esplicitamente il suo appoggio alla politica di Bush in Iraq e all’invio di nuovi contingenti; l’unica critica l’ha sollevata in relazione alla politica iraniana di Washington.

Il problema è che gli sciiti sono più che mai divisi, la base del movimento di Al-Sadr è costituita dai settori più poveri e sfruttati della popolazione, per i quali l’occupazione del paese significa non solo una imposizione straniera, ma anche un aggravio intollerabile delle proprie condizioni di vita. La prospettiva di diventare viceré per conto di Washington in un Paese ingovernabile non è quindi molto allettante per forze che godono di un sostegno di massa solo nella misura in cui si mostrano indipendenti dall'imperialismo.

Manovrare tra Washington e Teheran è l'unico modo per la borghesia sciita per non diventare l'ennesima borghesia compradora come le classi dominanti di altri Paesi arabi, ma dal nostro punto di vista questa prospettiva non offre alcun futuro alla massa impoverita della popolazione. Le promesse di “investimenti sociali” (cioè creazione di clientele assistenziali) fatte da Bush non possono certo bastare a riconciliare quella popolazione con chi la sta opprimendo ed affamando sin dai tempi dell'embargo.

Per Bush, questa equazione non ha soluzione. Gli Usa non potranno fare altro che cercare nuovi punti d’appoggio, sempre più precari e screditati. Chiunque venga dopo Al-Maliki non potrà che seguire la stessa strada.

Iran, Siria, Turchia, Arabia Saudita

La proposta, contenuta nel rapporto Baker, di fare aperture diplomatiche a Siria ed Iran, si scontra con numerosi problemi; più in generale, se lo scopo della guerra in Iraq era contenere il prezzo delle forniture petrolifere all'Occidente e ribadire la propria preminenza geopolitica, un atteggiamento cedevole vanificherebbe tutto e i neo-con non sembrano ancora disposti ad accettare con realismo che il XXI secolo non sarà un altro “secolo americano”.

Non è da escludersi tuttavia che dopo aver tentato con un “colpo di coda” di alzare il prezzo, gli Usa (magari per bocca di un nuovo governo democratico o “repubblicano realista”) applichino la sostanza, se non la lettera, del rapporto Baker, cercando un tardivo accomodamento con Siria ed Iran. Tuttavia anche questa strada è irta di ostacoli: come accordarsi con l’Iran senza rompere con Israele, che farebbe di tutto per sabotare una simile ipotesi? E come accordarsi con la Siria senza abbandonare il governo Siniora in Libano, agente delle interferenze Usa e francesi nel paese?

Intanto la tensione con Iran e Siria rimane alta: ad Erbil, l'11 gennaio, gli Usa hanno arrestato cinque “diplomatici” presso un “consolato” ufficioso dell'Iran, un chiaro avvertimento volto a contrastare la crescente influenza iraniana nel Kurdistan iracheno.

La Turchia ha ripetutamente dichiarato che se il Kurdistan iracheno si rendesse troppo autonomo, l’esercito turco interverrà. Intanto i turchi sostengono la minoranza turcomanna a Kirkuk, città chiave dell’industria petrolifera contesa tra curdi, arabi e turcomanni, che rischia di precipitare in una spirale di pulizie etniche contrapposte.

Paradossalmente, quasi quattro anni dopo la caduta di Baghdad, gli USA si sono fortemente indeboliti e l'Iran non è mai stato così forte ed influente. Non a caso l'ultima raccomandazione di Saddam ai suoi seguaci è stata di guardarsi dalla “coalizione persiana”. In un momento in cui Iran e Venezuela si contrappongono abbastanza efficacemente agli USA e ai sauditi per mantenere alto il prezzo del petrolio, pochi leader politico-religiosi e tribali in Iraq sono disposti ad appoggiare la trasformazione della Mesopotamia in un'altra Arabia Saudita o in un grande Kuwait. Per giunta gli sforzi di questi regimi sunniti di conquistarsi una qualche influenza nell'area (in un certo senso questo è un obiettivo condiviso anche da Al-Qaeda, che infatti si dedica ormai soprattutto ad attentati contro civili sciiti), non fanno che moltiplicare il caos nella regione.

Mani in alto, questa è una democrazia

“In situazioni normali, nessun paese sarebbe così folle da siglare contratti di questo tipo.” (Munir Al-Chalabi, esperto di petrolio iracheno)

D'altro canto, per cosa premono concretamente gli occupanti imperialisti riguardo a questioni cruciali per la politica interna irachena, come il controllo delle risorse petrolifere? È in discussione proprio in queste settimane la nuova legislazione sugli idrocarburi, scritta sotto dettatura della Casa Bianca, che per la prima volta introdurrebbe in un grande Paese mediorientale una modalità di sfruttamento del petrolio che è quella tipica dei Paesi latinoamericani maggiormente soggetti alla prepotenza statunitense. La nuova legge, attraverso i Production Share Agreement, garantirà alle multinazionali straniere fino a tre quarti dei profitti nella fase degli investimenti e il 20% in seguito, una quota due volte più vantaggiosa del consueto per le compagnie straniere. Ci si avvia inoltre verso lo smantellamento graduale delle nazionalizzazioni del 1972.

Come stupirsi dunque se il nuovo corso iracheno non gode di molti favori presso i lavoratori e le vaste masse della popolazione irachena? Secondo un sondaggio il 90% degli iracheni ritiene che si stesse meglio sotto Saddam Hussein. Senza piangere molte lacrime per l'impiccagione dell'ex tiranno ed ex amico degli USA, ci limitiamo a notare che non basterà agli USA far pendere dalla forca Saddam e i suoi sodali per esorcizzare il significato concreto di quel sondaggio.

Missione fallita

Le decisioni di Bush sono state accolte molto negativamente in patria. Secondo i sondaggi, due terzi dei cittadini statunitensi disapprova l'invio di nuove truppe. Il movimento contro la guerra rialza la testa. Nello stesso Partito Repubblicano in molti parlano apertamente contro la linea dei neocons e sta prendendo forza un'ala cosiddetta “realista”, di cui fanno parte influenti parlamentari conservatori, disposta su questo tema a schierarsi come i democratici. Se i democratici non fossero degli smidollati e dei borghesi che non vogliono certo turbare gli equilibri dell'establishment di cui fanno essi stessi parte, potrebbero già adesso grazie alla maggioranza parlamentare bloccare l'escalation militare, ma ovviamente si limitano a votare mozioni “non vincolanti” di opposizione all'azione del governo.

Siamo di fronte ad uno storico fallimento nei risultati, nel consenso interno ed internazionale, nei costi umani (sono state superate le 3300 vittime tra gli eserciti della coalizione) ed economici (ormai pari a 8,4 miliardi di dollari al mese, con un totale che si avvicina al costo complessivo della guerra in Vietnam). Gli analisti politici concordano ormai nel ritenere che chiunque vinca le prossime elezioni, democratico o repubblicano, sarà un “realista”, cioè un presidente disposto a riconoscere il fallimento dell'avventura neoconservatrice.

Questo sbocco, però, appare tutt’altro che lineare: persa la guerra in Iraq, l’imperialismo Usa ripiega sull’obiettivo secondario, ossia quello di fare del paese un cumulo di rovine per impedire che dalla lotta contro l’occupazione sorgano punti di riferimento politici che possano animare le masse arabe. La parola d’ordine rimane quella di sempre: dominare o distruggere, e su questa strada le opzioni più estreme (conflitto con l’Iran o con la Siria) non sono ancora state messe da parte.

Dal nostro punto di vista, l'inevitabile ridimensionamento del ruolo della potenza USA nel mondo è un'ottima notizia perché attenuerà una minaccia che per decenni ha costituito un ostacolo formidabile (anche se non certo insormontabile) alle lotte e alle rivoluzioni nel mondo. E i primi effetti di questo nuovo clima che si sta preparando si cominciano a vedere, in America Latina e non solo.

(un'altra versione di questo articolo è stata pubblicata su FalceMartello n° 199)

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