Il Patto di Stabilità traballa di fronte alla recessione

Estenuato dalle calunnie dei seguaci lobotomizzati del gruppo di economisti pro-lira guidato dal professore Alberto Bagnai e dal leghista Claudio Borghi, ho deciso di ripubblicare un articolo che ho scritto nel 2002 su FalceMartello a proposito dell'euro, dell'Unione Europea e del Patto di Stabilità. All'epoca avevo 22 anni, non usavo molto Internet e per scriverlo avevo raccolto ritagli di giornale per tutta l'estate. L'articolo è comparso sulla nostra rivista che è stata diffusa a livello nazionale davanti alle scuole, ai cancelli delle fabbriche, alle manifestazioni autunnali della sinistra, alle riunioni di Rifondazione Comunista e della CGIL. Ovviamente la nostra linea non era quella egemone, ma abbiamo lottato con tutte le forze per provare a farla diventare, riuscendoci in alcune realtà locale del partito e del sindacato (io per esempio ero riuscito a diventare coordinatore provinciale dei Giovani Comunisti). Spero che ciò tappi definitivamente la bocca a chi mi chiede perché noi marxisti "non abbiamo detto queste cose subito": lo abbiamo fatto, e l'ho fatto anche io personalmente, da prima ancora che l'euro esistesse. Molti di coloro che oggi mi rivolgono queste critiche ignoranti a quei tempi non facevano assolutamente nulla, ammesso e non concesso che oggi facciano qualcosa oltre a commentare adoranti il blog del loro guru.

L’avevamo detto a gennaio: l’euro entra nei portafogli dei cittadini europei sotto i peggiori auspici. Nell’estate dell’anno dell’euro si levano sempre più numerose le voci autorevoli di ministri e di "prestigiosi" economisti che, dopo averci spiegato per anni la necessità di stringere la cinghia per il bene dell’Europa e per il rispetto dei patti stretti fra i Paesi dell’Unione, lamentano la rigidità del Patto di Stabilità e Sviluppo. Questi gentiluomini affermano la necessità inderogabile di allentarne i vincoli per permettere una migliore gestione della fase attuale che (contrariamente alle previsioni) è di crisi.

L’euro è stato creato al culmine di una serie decennale di accordi fra le borghesie europee come strumento comune di competizione sui mercati mondiali, in particolare con lo scopo di creare una sorta di protezionismo europeo mascherato (il "mercato comune") e di avere un profilo più aggressivo nella contesa per l’egemonia globale in corso contro gli Usa, il Giappone e altre grandi potenze economiche.

Nel ’92 a Maastricht furono poste condizioni molto dure per l’ingresso nell’unione monetaria: ogni anno un deficit di bilancio inferiore al 3% del Pil e un debito pubblico complessivo inferiore al 60% del Pil. L’Italia come sappiamo non rispettò questa seconda condizione e venne comunque ammessa chiudendo un occhio e forse anche due. Altri Paesi come la Francia vennero ammessi grazie ai trucchi di quella che può essere chiamata "finanza creativa". Nel ’97 il Trattato di Maastricht si concretizzò nel Patto di Stabilità e Sviluppo che indicava l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2004, ribadendo in ogni caso il tetto del –3% del Pil. Questo Patto individuava i metodi concreti per applicare l’accordo e gli organismi responsabili di metterli in pratica, prevedendo anche multe consistenti (almeno dello 0,2% del Pil) ai Paesi che non lo avessero rispettato (il Portogallo rischia oggi una simile contravvenzione avendo annunciato un deficit pari al 4,1% del Pil). Ma all’ultimo vertice europeo di Madrid è sembrato più saggio limitarsi a chiedere un più vago "avvicinamento" al pareggio di bilancio (close to balance).

Gli effetti della crisi

Gli "eurottimisti" prevedevano che l’entrata in vigore della moneta europea avrebbe preservato il Vecchio Continente dal rischio di essere contagiati da crisi economiche americane o asiatiche. Ma, non solo l’euro non ha agito da barriera nei confronti della recessione americana, al contrario la recessione, subito divenuta mondiale, ha rimesso in discussione l’unità europea a partire dal suo fulcro: il Patto di stabilità. Di fronte alla recessione, la rinegoziazione del Patto di stabilità viene data ormai per certa, inevitabile e in fondo anche opportuna.

Secondo il ministro Martino, non l’Italia, ma Francia e Germania modificheranno il Patto, perché "proprio l’alto debito pubblico italiano (109% sul Pil) fa apparire in luce pessima ogni nostra proposta sul Patto".

L’ipotesi che si sta facendo strada è quella di un patto "flessibile", che incentivi le giuste "riforme" e inibisca le politiche di "spesa improduttiva". Si pensa cioè a due pesi e due misure a seconda che ci si indebiti per lo Stato sociale o per aumenti salariali ai dipendenti pubblici (gravissimo e pericoloso, bisogna impedirlo!) oppure che ci si indebiti per sovvenzionare le grandi imprese o per fare sconti fiscali ai miliardari (virtuose iniziative anticicliche, ben fatto!). Come sempre dietro la parola "flessibilità" si nasconde la flessibilità delle condizioni materiali dei lavoratori, a garanzia invece di una marmorea rigidità nel mantenimento dei privilegi e delle fortune degli accumulatori del profitto.

Su La Stampa, Bastasin e Bruni spiegano come la borghesia possa usare questo patto flessibile come strumento per promuovere politiche antioperaie: "Con un Patto che privilegiasse certi progetti di spesa potrebbe oggi essere più facile […] aprire gli spazi per vincere le resistenze alle riforme della scuola, del mercato del lavoro e delle pensioni". Il messaggio è chiaro.

Il dibattito sul Patto in Italia

In passato il capitalismo italiano "risolveva" i propri problemi di competitività svalutando la lira. Questo significava fare ricadere sui redditi più bassi (attraverso l’inflazione) e sul bilancio statale (attraverso gli alti tassi d’interesse) il peso della concorrenza con l’industria dei paesi più forti. Oggi, dopo l’entrata nell’euro, questa strada non è più percorribile. La borghesia italiana si trova quindi in un vicolo cieco.

La risposta della destra è quella di premere per una revisione del Patto che permetta di scaricare sul bilancio statale i guai delle imprese italiane; il centrosinistra, dall’altra parte, vorrebbe interpretare una linea più "lungimirante" (dal punto di vista borghese) difendendo il Patto e facendo balenare la prospettiva che in futuro anche l’Italia potrebbe beneficiare di un maggior "ruolo internazionale" dell’Europa. Sperano, in altre parole, che l’integrazione europea permetta di scaricare all’esterno le contraddizioni dell’economia italiana, strappando quote di profitti alle borghesie straniere.

Si arriva così al paradosso apparente per cui, di fronte ad un governo di destra che propone scampoli di keynesismo a vantaggio dei padroni, i socialdemocratici non sanno che accodarsi a Prodi che rivendica l’importanza delle politiche monetariste per competere sui mercati mondiali. Cofferati e la maggioranza della Cgil mantengono la stessa logica quando dicono che la colpa non è del Patto ma del governo Berlusconi, che non ha saputo cogliere le opportunità che esso offriva.

La realtà è che entrambe le posizioni, sia quella del Polo che quella dell’Ulivo, tentano di nascondere il problema decisivo: nelle condizioni di crisi internazionale, è inevitabile un attacco feroce ai salari, ai diritti dei lavoratori, allo stato sociale. Questo è vero dappertutto, e in Italia più che altrove data la scarsa competitività del capitalismo italiano che rimane, tra i "grandi" paesi capitalisti, un anello debole.

La posizione del Prc

La posizione della maggioranza di Rifondazione Comunista è confusa perché, se da un lato correttamente prende le distanze da entrambe le posizioni (sia dalla rottura del Patto "da destra" sia dal suo mantenimento a tutti i costi), indica però nella revisione del Patto "da sinistra" la possibilità di costruire un’"Europa sociale". Non fa eccezione l’area de L’Ernesto che si richiama alla posizione di Jospin di correggere il Patto inserendo dei vincoli sociali. Sono chimere, per quanto la compagna Patrizia Sentinelli, della Segreteria Nazionale del Prc, su Liberazione dichiari che in questa crisi abbiamo un’"occasione per ridare senso all’Unione".

Su base capitalista è del tutto inverosimile aspettarsi la costruzione di questa fantomatica "Europa sociale". Sarebbe come portare avanti la richiesta degli Stati Uniti d’America "sociali" o dell’Italia "sociale". L’unica Europa che possa promuovere le condizioni sociali dei lavoratori salariati è un’Europa in cui siano state espropriate sotto il controllo dei lavoratori le banche, le multinazionali, le grandi concentrazioni industriali e del terziario, i superpatrimoni immobiliari; un’Europa costruita su basi completamente diverse, strappata al dominio dei capitalisti, per ottenere la quale non basterebbe certo una revisione del Patto di Stabilità, ma servirebbe una rivoluzione sociale: un’Europa socialista.

Non "Europa sociale", ma Stati Uniti Socialisti d’Europa!

Di fatto rivendicare che questa Europa possa diventare magicamente "sociale", come sostenuto anche dai dirigenti delle socialdemocrazie al Forum di Porto Alegre, significa fornire una copertura da sinistra agli imperialismi europei, alle loro multinazionali, ai loro eserciti; in ultima analisi è una forma di nazionalismo, è come dire ai padroni europei: "Vorremmo qualcosa di meglio, ma comunque vi sosteniamo perché… un’Europa diversa è possibile". Questo vuol dire credere che l’Unione Europea sia un contenitore neutrale, senza un segno di classe, che oggi, ahinoi, è "dei banchieri", ma un domani chissà, potrebbe diventare "sociale". L’Unione Europea capitalista è invece per sua natura un accordo fra imperialismi ai danni dei lavoratori europei, oltre che di quei popoli che abitano i Paesi che le borghesie europee vogliono ridurre a loro colonie di fatto, a partire dai Balcani.

I comunisti devono opporsi al rispetto dei parametri stabiliti a Dublino nel ’96 come si sarebbero dovuti opporre al rispetto dei parametri stabiliti a Maastricht nel ’92; in nome di questi parametri il governo Prodi condusse attacchi spaventosi alle condizioni di vita dei lavoratori; in quegli anni, sperando in un’utopica "Europa sociale" e nella "fase due" del governo Prodi (la fase delle riforme), Rifondazione si rese complice della politica di lacrime e sangue "per entrare in Europa". Questa è la conseguenza finale di qualsiasi illusione sull’Unione Europea: chiedere sacrifici ai lavoratori per l’utopia reazionaria della costruzione di una nuova potenza imperialista continentale. Questo è quanto abbiamo denunciato da questa rivista sin da tempi non sospetti.

D’altronde è evidente che se il Patto venisse rotto per finanziare il "Patto scellerato" o per sovvenzionare ancora di più i capitalisti, questo deve trovare i comunisti all’opposizione più radicale – non in nome del rispetto dei parametri e dell’"intangibilità" del Patto, ma in nome degli interessi della nostra classe di riferimento. La classe dei salariati non potrà mai trarre alcun vantaggio dagli accordi che i padroni fanno e disfanno fra di loro e dai libri bianchi che hanno scritto i loro teorici – sia quello di Maroni sul mercato del lavoro, sia quello di Delors sul mercato comune europeo, anche se in entrambi si promettono progresso economico e miracolose moltiplicazioni dei posti di lavoro.

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